"La Bella di Nulla"

Pubblicato il da new moon

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Non era una donna uguale alle altre.
La chiamavano "La Bella di Nulla". "Nulla" era il soprannome che davano al padre, "Bella" perchè era bella.
Beppe di Nulla, il babbo, ereditò quel nomignolo sul lavoro.
Scaricava i blocchi di marmo al porto di Carrara, e pare che un giorno, dopo il lavoro, al momento della paga, il padrone volesse ricompensarlo con una cifra inferiore a quella concordata.
Beppe era un uomo con un profondo senso di giustizia, voleva quello che gli spettava, nè di più, nè di meno.
Ma di fronte all'arroganza e all'insistenza del datore di lavoro, tirò fuori il suo orgoglio e disse piuttosto che prendere meno allora non voleva "nulla", che preferiva non avere "nulla", che era più dignitoso non accettare "nulla".
Erano tempi duri. Si tribolava, e rifiutre dei soldi, oltre che al gesto di sfida, era pane in meno sulla tavola, e Beppe aveva tre figlie da sfamare. Ma rimase fermo sulla sua scelta, e se ne andò dal deposito, lasciando i compagni di lavoro orgogliosi e fieri di lui, e il padrone allibito con i soldi in mano. E da allora per tutti fu "Beppe di nulla".
La "Bella di Nulla" prese parecchio dal padre, e delle tre figlie era quella che gli somigliava di più.
Aveva i capelli lunghi, neri, raccolti ma morbidi, con qualche ciocca scomposta; la sottana chiara, di stoffa lisa, ma cucita con gusto; e gli occhi verdi... che le piacevano, ma non per vanità, perchè erano dello stesso colore del mare! non è facile far capire cos'era per lei il mare. Era quello che per noi può essere la casa, un fratello, l'amico con cui siamo cresciuti e che ha custodito i nostri segreti! Questo era per lei il mare.
Quell'infinitamente grande, la rassicurava.
Le prime volte c'era andata da bambina a giocare con i pungitopo e a raccogliere le conchiglie. E lì sentiva il libeccio, come il fiato addosso... e le sue voci: quelle misteriose presenze che le parlavano nella testa, di cui non sapeva dare una spiegazione. Quelle voci che sentiva solo lei, che l'accompagnavano, la guidavano nelle scelte, e che per tutta la vita non si chetarono mai.
Non era un donna uguale alle altre.
L'abitudine di fermarsi sulla riva, ogni giorno, come fosse un rito, la prese intorno ai sedici anni. Posare i piedi sulla sabbia era come varcare la soglia di una cattedrale. Si toglieva le calze e il passo diveniva più calmo, e lo sguardo più austero. Alzava gonne e sottane, le arrotolava alla vita, ed entrava in acqua.
Sentiva i brividi alle cosce e i piedi gelare, in inverno, ma non mancò mai a quell'appuntamento.
Lì c'era tutto il sacro che cercava. Tirava fuori il rosario, chiudeva gli occhi..."Salve Regina Mater Misericordiae..." Lo sciacquio sulla battigia e la sua voce erano tutt'uno... "Vita dulcedo et spes nostra, salve..."
Pregava, cantava canzoni d'amore. Scriveva pensieri su fogli di carta, poi li ripiegava a barchetta e li lasciava andare alla corrente. Parlava a voce alta, perchè allora il mare non era dei turisti e non le mancò mai l'intimità per farlo. Era così profondo il rispetto che aveva per il mare che gli dava del "voi".
"O mare, lo sapete, sono fortunata: un mi vergogno più d'esse povera! Prima sì. L'avrei volute anch'io quele belle scarpe che si vedino ale signore...Ma ora un mi'importa più! Vo' 'n ci pensate a quela ricchezza li dele scarpe. Vo' vi confondete solo con chi vi garba...E' per quello che sono fortunata... Ci sete vo' che m'aspettate e mi parlate, e mìa come fanno i cristiani che parlino così, co la bocca. No, vo' mi parlate in un altro modo... mi parlate a nnervi, al sangue... Sète come quele musiche belle, d'opera, che anco se un intendi le parole, un importa: ti vano al cervello e ti fan tremà l'anima."
Da piccola passò molto tempo con il nonno. Lui aveva perso la vista, ma era pieno di sapienze e le insegnò l'arte di modellare la cera e del raccontare storie. Così, spesso entrava in chiesa, andava all'altare della Vergine, si riempiva le tasche del grembiulino con le candele consumate, e via dal nonno, a modellare insieme i personaggi delle storie.
Smise di modellare quando in chiesa non ci entrò più, neanche per rubare i mozziconi di candela. Di raccontare, invece, non smise mai.
Raccontare era quel sapere povero che tutti più o meno conoscevano. Capitava a chiunque di raccontare un fatto, un viaggio, un incontro... Ma il nonno le diceva che le parole vagano libere, senza padrone, e che se uno sa prenderle, e metterle insieme, può inventare un territorio magico, uno spazio a parte dove stare in pace.
Imparò, e qualsiasi cosa dicesse, anche la più semplice, invogliava ascoltarla. Era capace di creare subito curiosità e silenzio. Forse era la seduzione del tono di voce, o l'amore con cui lo faceva. Un dono comunque, che lei si era trovata e che il nonno aveva saputo affinare.
Ogni sera una piccola folla si riuniva ad ascoltarla. Venivano così, senza darsi appuntamento, senza stabilire niente, e diventò un'abitudine. Nella stagione buona si mettevano fuori, nel giardino, che era piccolo: un fazzoletto di terra con un tavolo di marmo, un platano e qualche filare di vite.
E d'inverno in cucina. Lì c'era un caminetto, e nell'angolo opposto una damigiana di vino, e sopra, appoggiati sul tappo, un lumino acceso, l'immagine della Madonna e la tabacchiera di latta. Lei fumava, fiutava una mistura di Zinziglio e Macupino, e aveva un suo pesiero riguardo al vino: diceva che berlo in compagnia si onorava la Madonna.
Certe sere le sedie erano poche, e qualcuno restava in piedi, appoggiato al platano o al muro di cucina, che sapeva di tabacco, ma restavano volentieri.
C'era gente che veniva: pescatori, marinai, cavatori di marmo, donne che si portavano il fagotto dei rammendi e le ragazze che ricamavano il corredo. Chi non mancava mai era Brinchio, il vicino di casa, un ometto nervoso, senza una gamba, che durante il giorno, con la Bella di Nulla, ci si prendeva a parole, in litigate feroci. La sera, però, era come se, per un tacito accordo tutte le questioni si sospendessero, e Brinchio si passava la brillantina nei capelli, schiacciati e tirati indietro, si metteva la giacchetta e entrava nel cancello con la seggiola. La portava da casa per via della gamba, per non rischiare di rimanere in piedi e per non doverla chiedere a nessuno. Durante il periodo della guerra vennero anche dei soldato, che alla fine insistevano per lasciare qualcosa...un'offerta.
Se lei aveva dei lavori da fare - cucire, spannoccchiare il granturco, sgranare i fagioli - prima di iniziare li dava a qualcuna delle donne presenti. Poi si metteva in mezzo, si sedeva, le sedie erano a semicerchio. Accendeva tre candele una alla Vergine, una a San Francesco e una a tutti gli angeli, e cominciava a raccontare................Quando un racconto era finito, si tornava lì dai luoghi dove la sua voce ci aveva accompagnato, si passava il fiasco del vino, e qualcuno si arrotolava una sigaretta. Se la storia era troppo lunga la raccontava in due o tre sere. Quando poi tutti se ne erano andati lei spegneva le candele, messe sotto fiasco per la Tramontana, e se ne andava a letto.
Sul comodino aveva una di quelle conchiglie grosse, bianche, che ci si sente il mare, e prima di addormentarsi l'accostava all'orecchio come l'ultimo saluto del giorno all'innamorato.
Ebbe un unico innamorato, e quello sposò.
Ne aveva avuti di pretendenti a farle la corte, era bella, ma aveva rifiutato tutti, non perchè non le piacessero, ma perchè le voci le dicevano di aspettare.
Lui venne una sera. Lei lo riconobbe senza parlarci. Sentì un calore al petto, il cuore che batteva forte, e le voci, che erano un coro, e dicevano che era arrivato quello giusto. Così si guardarono negli occhi, e bastò perchè si sentissero impegnati.
Lui era un marinaio, aveva un bel sorriso, parlava poco e suonava la fisarmonica. Si sposarono il 16 novembre 1905, di domenica. Quando la cerimonia fu finita, un calesse li portò al pontile, lì si promisero qualcosa, baciarono il mazzolino e lo gettarono alle onde. La "Bella di Nulla" divenne ancora più bella.
Da allora il tempo fu scandito dalle partenze e dai ritorni. Quando lui era a casa, la sera, i racconti erano accompagnati dalla musica, e quando non c'era, lei gli andava a parlare dalla riva.
Nelle sere d'inverno, al mare, ci portava uno scaldino di coccio con la brace per sopportare meglio il freddo e starci di più. Accadde nei primi anni di matrimonio, per due volte, a capodanno lui si trovasse lontano, imbarcato, e lei allora andava sulla battigia con una borsa, un fiasco e due bicchieri scompagnati. Uno lo riempiva di vino, l'altro con l'acqua di mare...e brindava. Non era una donna uguale alle altre.
Nacque il primo figlio, ma le voci le dissero che era un angelo e doveva lasciarlo andare. Infatti morì dopo pochi mesi. Lei lo vestì di bianco e lo circondò di primule, poi avrebbe voluto affidare la cassa alle onde, vederlo allontanare come una barca, e alzare la mano per l'ultimo saluto. Quel bimbo non aveva mai visto il padre e lei voleva mandarglielo incontro. Invece dovette affidarlo alla terra.
Passò il tempo, passò il dolore e imparò a sentire il bimbo farsi angelo. Le era così presente e vicino che gli parlava guardando verso il cielo come se volasse sopra di lei. Nacque un secondo figlio e poi una bimba.
Lei spesso di notte stava seduta su una sedia tra la finestra e il letto dei figli. Guardava oltre il vetro, nel buio, e cantava...... "Erano tre sorelle, e tutte e tre d'amor, la più piccina di quelle si mise a navigar" Le ginocchia al seno, e i piedi lividi dal freddo...."E navigar che fece cader l'anello in mar, bel pescator dell'onda rivienilo a pescar" La luce della candela rifletteva la sua ombra sul muro...."Quando l'avrò pescato che cosa  mi puoi dar? Cento zecchini d'oro e borsa ricamà" E l'immagine diventava immensa, come il suo desiderio d'amore...."Non v0' zecchini d'oro nè borsa ricamà, solo un bacin d'amore se me lo vorrai dar."
Una mattina la svegliarono le sue voci. Corse al mare con la gonna nell'acqua e cominciò a piangere e implorare..."Dimmelo che gli è successo, lo sento che è una disgrazia, guardate come tremo...un mi fate sta in pensiero, ditemelo! Dimmelo  angioletto, parglili alla mamma: te che sei nel cielo e vedi tutto, dov'è il babbo, che gli è successo dimmelo!" Le campane suonarono a lutto. Lei tornò a casa, chiuse le imposte e indossò un abito nero. Quando due giorni più tardi l'avvisarono, aveva già versato tutto il suo dolore. Il marito lo pianse sulla spiaggia. Ora, più che mai, il mare divenne casa, chiesa e campo santo. Non fu solo una disgrazia a portarle via l'uomo che amava, e il modo in cui morì aggiunse allo sgomento una rabbia feroce. Accadde la notte del 18 febbraio 1918, con la nebbia. Lui navigava al largo dell'isola del Giglio. Non c'era visibilità, e il veliero su cui era imbarcato fu speronato da una grossa nave che si trovava sulla stessa rotta. La collisione fu forte, l'urto disastroso. Il veliero cominciò ad affondare e i marinai, scaraventati in mare, a chedere aiuto. Ma il capitano della nave, sperando di nascondere l'accaduto senza testimonianze di superstiti, anzichè prestare soccorso, ordinò di invertire la rotta, e si allontanò. Morirono tutti, lentamente, implorando soccorso fino all'ultimo filo di voce...Lei li sentì i lamenti del marito, e continuò a sentirli per sempre, furono quelli che la svegliarono. Ma il destino volle che si salvasse un giovane mozzo. Un ragazzetto di diciassette anni, che nell'impatto fu scaraventato dal vascello alla nave, cadde svenuto tra le corde ripiegate dell'ancora, e rimase lì nascosto, fino aterra, dove quando arrivarono dette l'allarme. Ci fu un'accusa e un processo. Lei comprò un arma, un revolver, perchè non aveva fiducia nella giustizia dei giudici. Imparò a tirare al bersaglio. Andava nella pioppeta dietro casa e sparava ai barattoli. La guardavano, bisbigliavano, ma non le dissero mai niente. Non era una donna uguale alle altre, e gli altri lo sapevano. La mattina del processo lei era pronta. I figli la imploravano di non farlo, erano già orfani, e ora avrebbero perso anche la madre. Non ascoltò le voci dei figli, furono le sue voci dentro che le dissero che ci sarebbe stata giustizia e la convinsero a riporre l'arma. Quella mattina il capitano si accasciò sul banco degli imputati, senza una parola, nè un lamento, stroncato da un infarto. Ci volle comunque del tempo per far passare la rabbia, e il dolore del tutto non passò mai. Ora aveva uno sguardo che intimidiva, e anche se parlava con tutti, era infinitamente sola e irraggiungibile, come una barca che ha preso il largo. Mise via dei risparmi per comprare un grammofono, e qualche volta, passando davanti alle sue finestre si sentiva una bella musica, di fisarmonica, e sotto, ma questo non si sentiva la sua voce che cantava e piangeva. Venne la guerra e non la spaventò. Non lasciò la sua casa, non si nascose, non si preoccupò di chi fossero i nemici. Parlava con i tedeschi, ospitava gli sfollati, beveva con i partigiani, e la sera raccontava per tutti. Ma non raccontava più storie d'amore.
I figli cominciarono a farsi grandi. Il ragazzo le era complice: mentre raccontava si lanciavano sguardi d'intesa, e dopo chiacchierava volentieri con la gente, e soprattutto con i marinai. La ragazza invece non capì mai quell'aprire le porte agli sconosciuti. Lei perse tutte le paure, ma tremò il giorno che il figlio disse che si sarebbe imbarcato. Il ragazzo aveva ereditato sia da lei che dal padre, l'amore incondizionato e totale per il mare. Il giorno che partì aveva uno zaino di tela, una valigia scura, lo scirocco che li rigonfiava la camicia, e gli occhi luminosi di chi va incontro a un sogno. Lei spiegò...cercò...parlò...parlò tanto. Provò a usare tutte le parole che conosceva per fargli cambiare idea, si aggrappò alle parole, ci si strinse... ma quelle parole capaci di tutto, che erano il suo potere, che avevano convinto e sedotto, non servirono a nulla, e a nulla valsero quelle del ragazzo per tranquillizzarla. mille voci dentro le dicevanoche l'avrebbe perso. Lui la salutò con la spavalderia dei giovani, scherzando su come il cappello lo faceva più uomo e non si videro più. La nave dove era imbarcato fu bombardata dall'aviazione nemica. Lei se ne accorse subito: aveva un bicchiere in mano, le scivolò, e il rosso del vino le fece impressione. Riprese il revolver, forse stavolta per andarsene insieme atutto quello che aveva perso. Ma le voci le parlarono ancora, e da quel giorno il revolver sparì dal cassetto, dove ci rimase solo la biancheria degli uomini che non c'erano più. Non fu mai ritrovato.
Nell'ultimo anno di vita si paralizzò, non poteva camminare, e per stare in piedi si appoggiava a due bastoni. Ma tutti i giorni si faceva accompagnare sulla spiaggia da un nipote, che la lasciava seduta su una seggiolina e tornava dopo qualche ora, perchè lei non ci voleva nessuno vicino in quei momenti. E' morta lì in una sera di febbraio. La trovò il nipote con il capo reclino, il rosario tra le dita e gli occhi socchiusi: due fessure dalle quali s'intravedeva il mare. Ai suoi piedi, sulla sabbia, tre parole tracciate con il bastone: "Addio; vostra devotissima". E' morta lì, davanti a quella distesa verde e infinita che custodì tutto di lei, e che le fu casa, chiesa e camposanto.

Sritto e raccontato da Elisabetta Salvatori

Questa è una storia vera, la vita di Giuseppina (1881-1967) bisnonna di Elisabetta

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barbara 03/19/2010 08:11


Ogni tanto sono mattiniera anch'io!
Buona giornata e buon W.E.
Ciao Paola!
Bacioni,


barbara 03/17/2010 21:50


E' molto commovente questa storia .... brava ad Elisabetta per averla raccontata con così tanto amore ... e grazie a te di averla pubblicata!